DIO CREO' DAL NULLA (EX NIHILO) O DA MATERIA PRE-ESISTENTE?

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Che vi sarebbe di straordinario se Dio avesse tratto il mondo da una materia preesistente? Un artigiano umano, quando gli si dà un materiale, ne fa tutto ciò che vuole. Invece la potenza di Dio si manifesta precisamente in questo, che egli parte dal nulla per fare tutto ciò che vuole » San Teofilo d'Antiochia, Ad Autolycum, 2, 4: SC 20, 102 (PG 6, 1052)

Tra le tante eresie sviluppatesi negl’ultimi 2000 anni, vi è anche quella secondo la quale Dio non avrebbe creato ex nihilo ma da materia pre-esistente. Ciò che dispiace maggiormente è che tale concetto, ad oggi, sia portato avanti non solo da atei, laicisti e miscredenti vari, ma anche da alcuni nostri fratelli ebrei (fu San Giovanni Paolo II a definire gli ebrei “nostri fratelli maggiori”; definizione che a me è sempre piaciuta molto poiché la reputo verissima). Proprio perché, nella fede, li reputo "nostri fratelli maggiori", mi dispiace che alcuni di loro portino avanti teorie pericolose, poiché potenzialmente eterodosse, come quella della creazione da materia già esistente. L'Ebraismo prima, e il Cristianesimo poi, da migliaia e migliaia di anni, credono che solo Dio sia eterno e come tale "increato". Se però, al momento della creazione dell'universo, la materia già c'era: chi l'ha creata? Certe persone, pur non dubitando che solo Dio sia eterno, nonché il creatore di tutte le cose, affermano (interpretando a loro modo il testo biblico) che Dio creò la materia in un tempo non menzionato dalla Bibbia: ma sarà vero? No, poiché l'espressione "in principio" sta ad indicare l'inizio del tempo; affermare che la materia fosse già stata creata precedentemente equivale a dire che il tempo esistesse già ma in tal caso la parola "in principio" perderebbe tutto il proprio significato.

Ebbene, l’ipotesi che la Genesi non parli di creazione ex nihilo si basa, essenzialmente, su due cose:

1) Vi è discordanza di vedute circa la traduzione del primo verso della Genesi.

2) Il testo biblico non sembrerebbe menzionare, almeno non esplicitamente, la creazione della materia.

Come stanno realmente le cose?

Innanzitutto va spiegato il concetto di Creazione "ex nihilo".

"Ex nihilo" è una locuzione latina è vuol dire "dal nulla". Lucrezio, nel De rerum natura (I, 149, 205; II, 287), la usò per tradurre il motto posto da Epicuro all’inizio della sua Fisica: "Nulla mai si genera dal nulla". 

"Principium cuius hinc nobis exordia sumet, nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam" (De rerum natura I, 149-150)

"Il cui principio prenderà per noi l'inizio da questo: che nulla mai si genera dal nulla per volere divino"

Tale concetto, in realtà, era già stato discusso dai alcuni filosofi del 5° sec. a.C. (Anassagora, Empedocle, Melisso).

Come ebbe a spiegare un padre domenicano, il nulla non è qualcosa, ma è solo una parola da noi escogitata per esprimere un concetto di per sé assolutamente inesprimibile e che, anche volendo, neanche potrebbe essere pensato se non "cosificandolo". Dunque, nel momento in cui diciamo che Dio creò "ex nihilo", siamo tentati a pensare al nulla come a un qualcosa, o come a una borsa dalla quale estrarre degli oggetti oppure come al cilindro di un prestigiatore dal quale far uscire un fazzoletto o una colomba. Il reverendo Angelo Bellon, a riguardo, disse: - Il nulla, secondo il nostro modo di dire, è il punto di partenza dell'azione creatrice. Ma va precisato subito che si tratta davvero del nulla e non del vuoto. Noi siamo tentati di cosificare il nulla, di dargli un’esistenza. Diciamo infatti:  “prima della creazione c’era il nulla”. “C’era”, che equivale ad “esisteva”. Ecco la cosificazione! Dire “prima c’era il nulla” è una contraddizione alla quale nel nostro linguaggio quasi non riusciamo a sfuggire, ben sapendo che si tratta di una contraddizione -

Sempre a tal proposito, il domenicano francese A.D. Sertillanges, disse:

Quasi invincibilmente, quando si parla di creazione, si situano le cose nel modo seguente: da principio, non c'è nulla, eccetto Dio, che è sempre esistito; e questo sempre significa una durata interminabile, nel corso della quale, a un momento dato Dio ha posto l'azione creatrice, e il mondo è stato tratto dal nulla, che si trovava come anteriore al mondo e come soggiacente a Dio. Ora tutto ciò, se vi si riflette, non è che una serie di manifeste aberrazioni, almeno quando si prendono le parole nel loro senso proprio. Si parla come si può; il linguaggio non è stato fatto per questi alti usi, ma bisogna tuttavia discernere ciò che è verità dei fatti da ciò che è manchevolezza di linguaggio. Dire: da principio non c'è nulla, è un dir niente; perchè il nulla non ha posizione; non è nel tempo, soprattutto, quando non c'è tempo, ed ecco una prima finzione da scartare, per quanto costi l'immaginazione spaziale. Dire che durante questo nulla d'esistenza del mondo vi era Dio perpetuamente esistente, è aggiungere una seconda finzione alla prima, e per di più una inconscia bestemmia, perchè durante ciò che non è, niente può esistere, neppure Dio, e abbiamo detto che non c'è durata anteriore al mondo. Ci sarebbe forse la durata di Dio? Qui appunto interviene l'innocente bestemmia: non c'è durata di Dio anteriore al mondo; la durata di Dio è Dio, e niente altro; è Dio concepito da noi sotto l'aspetto del tempo. Ma questa umana concezione non fonda nulla nel reale; la durata di Dio è una durata che non dura, che non si estende; essa raggia certo su ogni durata temporale, e la contiene; ma non può contenere ciò che non esiste, e Dio non può vivere, come noi immaginiamo che viva, in non so quale aspettativa, attendendo che il mondo sia. Quando si parla in seguito di azione creatrice, s'immagina un qualche cosa di vago, uno sforzo, una parola, un soffio, e anche ciò è fittizio; non c'è azione di Dio distinta da Dio; Dio è perfettamente immutabile; niente cambia in lui per il fatto della creazione, e niente cambia fuori di lui, che non faccia parte della creatura stessa. Dio è, e i suoi effetti sono; tra i due non v'è intermediario, non conatus, non spinta, che non saprebbe del resto a che applicarsi, dove situarsi, quando e come; poiché nel nulla non c'è né punto di applicazione, né situazione, né momento, né modalità possibile, perchè il nulla non è. Infine come trarre dal nulla qualcosa? Strana tradizione o estrazione, come se il nulla fosse un'alzaia, o un recipiente, o un confine. S. Tommaso confessa che il nulla è qui concepito come un punto di partenza; ma aggiunge che ciò deve prendersi in senso negativo, per indicare che non c'è qui materia preesistente. La creazione non è un divenire; non è un cambiamento; non è una sostituzione dell'essere al nulla; non è un passaggio del nulla all'essere; non è un avvenimento o un avvento all’essere. La creazione non è un colpo di teatro. Che cosa è dunque? In quale compartimento la collocheremo? Quale delle nostre categorie potrà convenirle? Non si può sistemarla nella categoria dell'azione o della passione, poiché non c'è qui cambiamento, attivo o passivo; ciò nondimeno il linguaggio la colloca in questa categoria, ma bisogna correggere il linguaggio, e poiché si parla qui di un'azione che non produce moto, di una passività che non implica cambiamento, che ne resta? … Che la creazione è una pura relazione della creatura al suo Creatore: relazione d'origine dalla parte della creatura, relazione di causalità dalla parte del creatore” (Il cristianesimo e le filosofie, vol. I, pp. 243-244).

Nel 2012 fu pubblicato un libro, intitolato "L'universo dal nulla" (A Universe from Nothing: Why There Is Something Rather than Nothing; tradotto: "L'universo dal nulla. Le rivoluzionarie scoperte che hanno cambiato le nostre basi scientifiche"), che destò un certo clamore. L'autore dell'opera fu il fisico statunitense Lawrence M.Krauss, mentre la prefazione fu scritta dal famoso biologo neodarwinista Richard Dawkins. La pubblicazione del libro fu immediatamente seguita da polemiche roventi; l'opera di Krauss subì critiche piuttosto feroci non solo da parte dei credenti in Dio ma anche dalla stessa comunità scientifica

https://arxiv.org/pdf/1405.6091v6.pdf

Come si evince dal PDF sopra linkato (a cura del Dipartimento di Matematica e Statistica della York University di Toronto), il libro di Krauss presenta svariati difetti; due in particolar modo:

1) Assimila il concetto del "nulla" a quello del "vuoto quantistico"; due concetti, in realtà, estremamente diversi.

2) Tutte le più scottanti affermazioni in esso contenute non sono scientificamente testabili; ebbene, una teoria non dimostrabile, né falsificabile, neppure andrebbe considerata scientifica.

Il 23 Aprile di quello stesso anno (il 2012), Krauss rilasciò alcune dichiarazioni alla rivista americana scientifica The Atlantic

https://www.theatlantic.com/technology/archive/2012/04/has-physics-made-philosophy-and-religion-obsolete/256203/

Ross Andersen, autore dell'intervista e dell'articolo, ad un certo punto, chiese a Krauss se la fisica, come sostenuto in quel libro, avesse davvero dimostrato, definitivamente, che qualcosa potesse venir fuori dal nulla. Krauss rispose:

"Penso tu abbia sopravvalutato ciò che ho detto; non penso aver mai affermato che la fisica abbia definitivamente dimostrato che qualcosa possa venir fuori dal nulla" ("I think you're overstating what I argued. I don't think I argued that physics has definitively shown how something could come from nothing")

Andando avanti,  a un certo punto dell'intervista, Ross Andersen fece notare come il concetto di "nulla" espresso in tal libro assomigliasse, piuttosto, a quello del cosiddetto "vuoto quantistico"; con una differenza: il vuoto quantistico ha delle proprietà mentre il termine "nulla" esprime il concetto opposto (l'essere contro il non essere; ciò che è contro ciò che non è); e dunque:

"Perché dovremmo pensare ad esso (il vuoto quantistico) come al nulla?" ("Why should we think of it as nothing?")

risposta di Krauss:

"Non mi interessa cosa il nulla sia per i filosofi, mi interessa cosa sia nella realtà; e se nella realtà il nulla è pieno di roba, punterò su questo" ("I don't really give a !@#$%^&* about what "nothing" means to philosophers; I care about the "nothing" of reality. And if the "nothing" of reality is full of stuff, then I'll go with that")

..ma allora perché intitolare un libro "L'universo dal nulla" se il "nulla" in questione, in realtà, è "pieno di roba"?

risposta di Krauss:

Se avessi intitolato il libro "L'universo è meraviglioso", non molte persone sarebbero state invogliate a leggerlo ("If I'd just titled the book A Marvelous Universe, not as many people would have been attracted to it")

Si capisce, così, come l'autore, giocando con le parole, abbia lasciato intendere una cosa per l'altra; tipo, appunto, che sia possibile la creazione spontanea dal nulla. Noi, però, non dobbiamo fare confusione tra "nulla" e "vuoto". La Prima Legge della Termodinamica, tra le altre cose, ci insegna che tutta quanta l'energia e tutta quanta la materia presenti nell'universo si conservano. L'energia, a sua volta, può trasformarsi in materia e viceversa; non è possibile, invece, che anche solo una piccola parte di materia (o di energia) vada distrutta; così come non se ne crea di nuova. Ma allora perché esiste qualcosa anziché non esserci nulla? 

John Horgan, famoso giornalista e divulgatore scientifico americano, proprio nel 2012, su Scientific American, in risposta al libro di Krauss (pubblicato pochi mesi prima) affermò l'esatto opposto: "La scienza non riuscirà mai a spiegare perché esista qualcosa anziché non esserci nulla" (Science Will Never Explain Why There's Something Rather Than Nothing)

https://blogs.scientificamerican.com/cross-check/science-will-never-explain-why-theres-something-rather-than-nothing/

Aggiungo io che solo Dio può creare "ex nihilo" (dal nulla); non a caso, nella Bibbia, il verbo ברא barà ("creare") è usato solo ed esclusivamente per indicare un'azione divina.

Passiamo, adesso, al significato della prima parola usata nella Bibbia: "Bereshit". Il Libro della Genesi, infatti, inizia con queste parole:

בראשית ברא אלהים את השמים ואת הארץ (Toràh)

εν αρχη εποιησεν ο θεος τον ουρανον και την γην (Septuaginta)

In principio creavit Deus caelum et terram (Vulgata)

Tali versi, solitamente, vengono così tradotti:

"In Principio Dio creò il cielo e la terra"

La prima parola del testo ebraico è בראשית (bereshit) che vuol dire "In Principio". Gli ebrei chiamano così, anche, l'intero Libro della Genesi. Secondo, infatti, una loro antica usanza, tutti i libri del Pentateuco, cioè della Toràh (legge ebraica), vengono chiamati allo stesso modo della prima parola con cui iniziano. Ecco che il Libro della Genesi, per gli ebrei, è בראשית (Bereshit, "in principio"), il Libro dell'Esodo è שמות (Shemòt, "nomi"), il Libro del Levitico è ויקרא (Wayqrà' , "e chiamò"), il Libro dei Numeri è במדבר (Bemidbàr, "nel deserto") e il Deuteronomio è דברים (Devarìm, "parole").

Già al tempo di Gesù gli ebrei parlavano comunemente in aramaico (anziché in ebraico); c'era allora il rischio che l'ebraico biblico, col passare del tempo, fosse del tutto dimenticato. A seguito, poi, della Guerra Giudaica del 66-70 d.c. (culminata con la distruzione del Tempio di Gerusalemme), ebbe inizio la cosiddetta "grande diaspora". Fu così che gli ebrei, dopo essere vissuti in Palestina per oltre mille anni, si sparsero, un pò alla volta, per il mondo intero. Ciò avrebbe potuto causare una lenta ma inevitabile "estinzione" dell'ebraico biblico. Se nonché, tra il 7° e il 10° secolo d.c., alcuni ebrei passati alla storia col nome di "masoreti", dopo aver trascritto nella loro antica lingua (l'ebraico) tutti i libri della Bibbia (ovviamente quelli del canone ebraico), "vocalizzarono" e "staccarono" il testo consonantico usando una serie di linee e di punti. Come già, infatti, accennavo in altra occasione, l'ebraico, oltre ad essere scritto da destra verso sinistra, si scrive senza vocali e senza spazi tra una parola e l'altra. Se ancora oggi siamo in grado di leggere la Bibbia in lingua ebraica lo dobbiamo proprio ai masoreti. Per noi, infatti, sarebbe impossibile sia leggere che capire un testo fatto solo di consonanti (nonché di parole tutte attaccate tra loro, cioè senza spazi tra l'una e l'altra). I masoreti si occuparono, anche, di suddividere il testo ebraico in versi (numerandoli) e in capitoli; cosa che, fino ad allora, gli ebrei non avevano mai fatto.

Tornando alla prima parola del Libro della Genesi, i masoreti la vocalizzarono rendendola "bereshit"; dunque "in principio"; ma andiamo, adesso, a vedere come la Septuaginta (Bibbia dei 70) traduce quel verso; fra l'altro, con la versione in lingua greca, non abbiamo il problema della mancanza di vocali. Ebbene, nel passaggio dall'ebraico al greco (avvenuto alcuni secoli prima di Cristo, dunque circa mille anni prima del lavoro svolto dai masoreti), בראשית fu tradotta εν αρχη che vuol dire, appunto, "in principio" (o "nel principio). Non dovrebbero, pertanto, esserci più dubbi circa il reale significato di tale parola.

Alcuni, però, tirano in ballo dei presunti (e sottolineo presunti) errori grammaticali. Il termine "bereshit", come anche il suffisso "reshit", nella Bibbia, all'infuori del primo verso della Genesi, sta sempre ad indicare l'inizio, o il principio, o la primizia, di una determinata cosa come, ad esempio, in tal caso:

Bereshit mamlechet Yoachim = Nel principio del regno di Ioiachim (Ger 27,1)

Traducendo, invece, "In Principio, Dio creò il cielo e la terra", la frase assume un senso inderminato (poiché non specifica, subito dopo, il principio di che cosa). In pratica, il termine "bereshit" (come anche "reshit"), nella Bibbia, all'infuori del primo verso della Genesi, è sempre succeduto da un sostantivo.

Supponendo, invece, che la vocale da interpolare a בראשית fosse una "a" anziché una "e", quella parola, anziché  "bereshit", diverrebbe "bareshit"; nell'ebraico, infatti, per passare dalla forma indeterminata a quella determinata, è sufficiente cambiare la vocalizzazione sostituendo la "e" della bet con una "a". Di conseguenza, בראשית andrebbe letto "bareshit", anziché "bereshit". La Bibbia, però, non ci fornisce alcun appiglio per poter leggere "bareshit"; infatti, la parola "in principio" (o "nel principio"), intesa come "dapprima", cioè nella forma indeterminata, in ebraico è un'altra, è בראשנה ("barishonà"). Sebbene בראשנה ("barishonà") e בראשית ("bereshit") si scrivano quasi allo stesso modo (cambiano davvero di pochissimo), non sono la stessa cosa. Dunque, a meno che i masoreti non abbiano confuso quei due termini, taluni affermano che il primo verso della Genesi andrebbe, invece, tradotto così:

"Nel principio della creazione di Dio del cielo e della terra, la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.."

Traducendo in tal modo si ha, però, l'impressione che la Creazione non sia avvenuta ex nihilo (dal nulla) poiché terra, abisso e acqua sembrerebbero esserci già stati. Alcuni hanno ipotizzato che, se בראשית equivalesse davvero a "bereshit" (anziché a "barishonà"), quel verso (Genesi 1,1) mancherebbe, per forza, di una parola (persasi per strada per un qualche motivo a noi ignoto). Aggiungendo, infatti, il partitivo, otteniamo questa frase:

"Nel principio di/del/dei (?), Dio creò il cielo e la terra"

Un'ipotesi suggestiva è che la presunta parola mancante fosse "giorni", in tal caso quella frase diverrebbe così:

"Nel principio dei giorni, Dio creò il cielo e la terra"

Così fosse, quel verso tornerebbe ad alludere ad una creazione ex nihilo. Anche volendo, però, accettare tale ipotesi, resterebbe da spiegare come mai la Septuaginta e il Testo Masoretico non riportino la presunta parola mancante preferendo, invece, rendere quel verso nel modo in cui lo abbiamo sempre conosciuto ("In principio, Dio creò il cielo e la terra"); così come resterebbe da spiegare quando e perché tale presunta parola mancante si sia persa per strada.

Neppure si può escludere, a priori, che i termini בראשית "bereshit" e "barishonà" בראשנה siano stati, col passare del tempo, confusi tra loro essendo, grafologicamente parlando, molto somiglianti. Anche tale ipotesi, però, la reputo poco veritiera. Come già detto in precedenza, "bereshit" non è una parola come tante altre, bensì, per gli ebrei, è anche il titolo del Libro della Genesi. Mi riesce, pertanto, difficile pensare che abbiano confuso una parola così importante con un'altra. Fra l'altro, mentre quei due termini si scrivono quasi allo stesso modo, la loro pronuncia è piuttosto diversa. Non si capisce, allora, come mai, da un certo punto in avanti, gli ebrei avrebbero cominciato a chiamare il primo libro della Bibbia "bereshit" anziché "barishonà".

Per capire meglio l'intera problematica, bisogna, allora, fare un salto indietro nel tempo di circa 1000 anni. Uno dei primi, forse il primo, a  sollevare la suddetta questione, fu il più famoso rabbino dell'epoca (nonché tra i più famosi di sempre): tale Rashi ben Eliezer, detto anche Rashi di Troyes (dalla cittadina francese in cui nacque), più semplicemente conosciuto come Rashi

Rashi è passato alla storia non solo per essere stato tra i più proficui e ben preparati commentatori ebrei della Bibbia ma anche per aver introdotto un metodo nuovo per capire e, appunto, commentare il testo biblico. Egli sosteneva che, prima di esprimere un qualsiasi commento sui Sacri Testi, fosse necessario conoscere il reale significato delle parole in essi contenute. Fin qui nulla da eccepire. L'ebraico biblico, però, non era più in uso da molti secoli e, dunque, diverse parole, soprattutto le meno comuni, risultavano più difficili da decifrare (a meno di non volersi affidare alla Septuaginta o alla Vulgata). Rashi, invece, andò a confrontare dove, come e quante volte ciascuna parola fosse presente nella Bibbia. Tale metodo è oggi alla base della filologia moderna. Ecco che, essendo "bereshit" e "reshit", nella Bibbia, seguiti sempre da un sostantivo, assumendo, così, la forma determinata (come sopra spiegato), risulterebbe inaccettabile tradurre il primo verso della Genesi nella forma indeterimanata (cioè come lo conosciamo noi).

Intere generazioni di rabbini hanno seguito, da allora ad oggi, l'esempio di Rashi fino ad elevare la filologia a scienza certa (manco fosse come la matematica). Il vero errore, dunque, consiste proprio in questo: cioè nell'avere la pretesa che il suddetto metodo filologico riesca a chiarire, sempre e comunque, ogni dubbio circa il reale significato di questa e quell'altra parola. 

Come già spiegavo in quest'altro articolo, la filologia,  pur essendo utilissima, non è affatto una scienza certa (come lo è, invece, la matematica). 2+2 fa sempre 4; faceva 4 in passato, fa 4 adesso e farà sempre 4 anche in futuro. Il discorso, invece, cambia radicalmente quando, al posto dei numeri, c'è di mezzo il significato delle parole. Tutte le lingue del mondo, fino a prova contraria, col passare del tempo cambiano, mutano, si evolvono. Tale discorso vale, ovviamente, anche per l'ebraico; fra l'altro, i libri della Bibbia non sono stati scritti tutti dallo stesso agiografo, né, soprattutto, sono stati scritti tutti nello stesso periodo. Nulla, pertanto, vieta di pensare che il significato di questa e quell'altra parola possa essere cambiato col passare del tempo; così come nulla vieta di pensare che finanche la grammatica non sia rimasta immutata.

"Bereshit", fra l'altro, nella Bibbia, all'infuori del primo verso della Genesi, è presente solo 4 volte; tutte quante nel Libro del Profeta Geremia e il sostantivo a seguire è sempre "regno", come in tal caso:

Bereshit mamlechet Yoachim = Nel principio del regno di Ioiachim (Ger 27,1)

Ebbene, un campione di sole 4 frasi, in tutta franchezza, è fin troppo misero per dire che la parola "bereshit" debba per forza essere seguita da un sostantivo. Alcuni, consapevoli di ciò, si appellano al fatto che anche il suffisso "reshit" (dal quale deriverebbe "bereshit") sia sempre seguito da un sostantivo (dunque nella forma determinata anziché indeterminata); "reshit" è presente nella Bibbia un maggior numero di volte (circa 100) rispetto a "bereshit". Noi, però, non possiamo sapere se la grammatica ebraica, col passare del tempo, sia rimasta o meno invariata. Qualsiasi idioma, infatti, non rimane statico; col trascorrere del tempo, oltre al significato dei singoli vocaboli, possono cambiare anche le regole grammaticali.

Ad esempio, a scuola ci è stato insegnato, in modo categorico, a non dire "ma però" poiché "ma" e "però" hanno lo stesso significato. Tale "presunto errore" è considerato tra i più madornali e grossolani che si possano commettere. Mia nipote, che va ancora a scuola, corregge i propri genitori non appena li sente dire "ma però". Assistere a un figlio che corregge la grammatica della mamma e del papà è qualcosa di esilarante e, allo stesso tempo, tragicomico. Stranamente, però, lo stesso divieto, generalmente, non si applica a "ma invece", "mentre invece", "ma tuttavia", "ma nondimeno" e "ma pure"; anche in tali casi, infatti, siamo in presenza di parole col medesimo significato.

Dirò di più, "ma però" è diventato "errore grammaticale" ai giorni nostri poiché tale espressione, in realtà, è attestata, più volte, dalla nostra tradizione letteraria:

"...ma però di levarsi era neente" Dante Alighieri, verso 143 del XXII canto dell’Inferno

"Ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo" (A.Manzoni, I Promessi Sposi)

"Ma però non capisco perché, verso la chiusa, abbiate voluto scandire quelle note che il Bach segnò legate" (I.Svevo, La coscienza di Zeno).

Fra l'altro, volendo seguire lo stesso principio, neppure dovremmo usare figure retoriche del tipo "Andrea è allegro e felice", oppure che è "felice e contento" poiché gli aggettivi in questione (allegro, felice e contento) sono l'uno sinonimo dell'altro (e dunque hanno lo stesso significato).

Pertanto, a meno di non voler pensare che finanche Dante, Manzoni e Svevo abbiano sbagliato, è evidente che quel che oggi consideriamo errore grammaticale (ma però), un tempo non era considerato tale. Mi chiedo, allora, perché lo stesso discorso non debba valere anche per "bereshit".

Farò adesso un altro esempio. Fino a non molti anni fa, un qualsiasi tedesco, per dire "Roma è la capitale dell'Italia", avrebbe sicuramente detto (o scritto): 

"Rom ist Italiens Hauptstadt"

usando, cioè, il genitivo. Il genitivo, in tedesco, è molto simile a quello sassone della lingua inglese. Oggi, però, sempre più tedeschi (quasi tutti) non lo usano più; di conseguenza, quella frase ("Roma è la capitale dell'Italia") viene adesso tradotta così:

Rom ist die Hauptstadt von Italien

cioè

Rom (Roma) ist (è) die (la) Hauptstadt (capitale) von (dell') Italien (Italia)

Dirò di più, finanche certe preposizioni che una volta si usavano esclusivamente con il genitivo, oggi sono usate tranquillamente con il dativo: wegen des regens (a causa della pioggia) è diventato wegen dem regen e invece di während meines urlaubs (durante le mie vacanze) i tedeschi dicono während meinem urlaub.

Supponiamo che, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, un giovane tedesco di 20 anni si sia trasferito negli Stati Uniti. Supponiamo, anche, che tale persona non sia più tornata in Germania e che non sia rimasta in contatto con altri tedeschi. Oggi quell'uomo avrebbe circa 90 anni. Poi, però, un giorno, su internet, legge questa frase:

während meinem urlaub, ich ging zum meer (durante le mie vacanze, sono andato al mare)

Non sapendo quanto sia cambiata, nell'arco degl'ultimi decenni, la propria lingua madre (il tedesco), egli penserà che quella frase sia grammaticamente sbagliata mentre, in realtà, non lo è. Finanche i libri di grammatica tedesca, infatti, oggi accettano come corretti i suddetti cambiamenti.

Particolarmente interessante è anche quest'altro caso; in italiano, come in tedesco, in inglese e in tante altre lingue, nessuno, praticamente, dice più "Domani sarà un altro giorno", bensì "Domani è un altro giorno". In tedesco dicono "Morgen ist ein anderer tag" e in inglese "Tomorrow is another day". Eppure, il verbo connesso alla parola "domani" dovrebbe, generalmente, essere coniugato al futuro; soprattutto nel linguaggio parlato, però, si preferisce coniugarlo al presente. Sempre più spesso, diciamo anche:

"tra una settimana inizia la scuola", "tra un mese vado in ferie", "tra 10 giorni parto per le vacanze", "tra un anno vado in pensione" e via dicorrendo..

Il verbo, in tali frasi, andrebbe coniugato al futuro; puntualmente, però, lo coniughiamo al presente. 

Non meno interessante è il caso del verbo iniziare (in tema con l'argomento di questo articolo, "in principio"); Come spiegato dall'Accademia della Crusca, originariamente, iniziare era solo transitivo («Avevo appena iniziato la lettura del giornale»), o intransitivo pronominale («Il corso s'inizia a ottobre»). Per influenza del verbo cominciare, è stato usato anche come intransitivo, senza la particella pronominale, e con l'ausiliare essere: «La trasmissione non è ancora iniziata». Dunque, servirsi di iniziare come intransitivo è ormai considerato legittimo.

Per non parlare, poi, dei congiuntivi che coniughiamo poco e male..

Faccio un ultimo, ma non meno importante, esempio. Nella lingua inglese, i nomi delle nazioni, dei paesi e delle città, solitamente, non sono preceduti dall'articolo. Dunque, per dire "l'Italia è un bel paese", gli inglesi non dicono "the Italy is a beautiful country", bensì, "Italy is a beautiful country", senza, pertanto, usare l'articolo. Esistono, tuttavia, delle eccezioni. L'articolo va messo, ad esempio, prima dei nomi composti (tipo "the United States of America", "gli Stati Uniti d'America") e prima dei nomi che finiscono per s (tipo "the Philippines", "le Filippine"). Supponiamo, adesso, che Pinco Pallino stia leggendo un libro di geografia dedicato al sud-est asiatico. In 10 stati su 11, il nome della nazione non è preceduto dall'articolo (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Birmania, Singapore, Thailandia, Timor Est e Vietnam); poi, però, parlando delle Filippine, il libro riporta la frase "the Philippines". Pinco Pallino, però, è convinto che facciano eccezione solo i nomi composti (esempio: il nome ufficiale, per esteso, della Cambogia, è "Regno di Cambogia", in inglese "the Kingdom of Cambodia"). Ebbene, se Pinco Pallino si limitasse al sistema filologico usato dai biblisti (quello della comparazione delle occorrenze), dovrebbe dedurne che quel "the Philippines" sia un errore mentre, in realtà, non lo è.

Ho fatto tutti quegl'esempi per dimostrare che, col passare del tempo, non solo può cambiare il significato dei vocaboli ma che finanche la grammatica è in continuo mutamento. Non solo, le lingue ammettono, talvolta, delle eccezioni come nel caso di cui sopra.. Ebbene, se tale discorso vale per l'italiano, per l'inglese, per il tedesco e per tuttte le altre lingue di questo mondo, non si capisce perché non debba valere anche per l'ebraico biblico. A mio avviso, pertanto, è da presuntuosi dire che il primo verso della Bibbia, così come lo conosciamo, sia stato inteso male o, addirittura, che sia grammaticamente sbagliato.

Per quanto concerne, poi, la questione della creazione "ex nihilo", noi cristiani facciamo affidamento, anche, al Secondo Libro dei Maccabei e al Prologo del Vangelo secondo Giovanni.

Nel 7° capitolo del Secondo Libro dei Maccabei, è presente questa frase:

28 Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l'origine del genere umano. (2 Maccabei 7,28)

Tale verso afferma, esplicitamente, che Dio non creò da materia preesistente. Alcuni, però, provano a non dare importanza a quella frase dicendo che i Libri dei Maccabei siano stati influenzati dalla cultura greca o che non facciano testo poiché considerati apocrifi dagli ebrei (e dai protestanti). Ad esempio, su un sito internet fortemente anti-cristiano (nonché parecchio volgare) è scritto che quel verso, tratto dal Secondo Libro dei Maccabei, sia del tutto privo di valore poiché scritto in greco (diversi secoli dopo la Genesi) quando, ormai, la cultura ellenica aveva già influenzato quella ebraica.

Alla suddetta obiezione bisogna rispondere, innanzitutto, che il concetto di creazione "ex nihilo", in realtà, era del tutto estraneo alla cultura ellenica; di conseguenza non si capisce, a riguardo, in che modo i greci possano aver influenzato gli ebrei (semmai accadde esattamente il contrario)

A tal proposito, l'enciclopedia Treccani, scrive:

Nelle civiltà del Vicino Oriente antico è attestata l’idea di una creazione, ma non come creazione dal nulla bensì come azione di uno o più esseri divini su qualcosa di preesistente. Il pensiero greco, per cui era inconcepibile l’idea che l’essere potesse nascere dal non essere, escludeva il concetto di creazione (lo stesso termine di κτίσις entrò nel linguaggio filosofico greco soltanto tardi, attraverso la tradizione cristiana). Il pensiero cristiano, che concepiva la divinità in primo luogo come azione e potenza (e si contrapponeva in ciò recisamente a quello greco che dalla considerazione dell’agire come eterna insoddisfazione e imperfezione desumeva la concezione di Dio come pura intelligenza, scevra di ogni potenza e amore e azione), pose invece in primo piano il concetto della c. del mondo, che a esso veniva dalla tradizione ebraica: la c. appariva quale massima enunciazione dell’idea dell’infinita potenza divina, soverchiante ogni limite posto all’attività umana. La dottrina della Chiesa cattolica è nelle formule dei simboli apostolico e niceno-costantinopolitano e nel cap. 1° del quarto Concilio lateranense (1216), dove si dichiara che «uno solo è il principio dell’universo, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, spirituali e corporali, che, per sua onnipotente virtù, insieme dall’inizio del tempo fece dal nulla entrambe le creature, la spirituale e la corporale»

http://www.treccani.it/enciclopedia/creazione/

Va detto pure che la rivolta maccabea, che diede origine al suddetto libro, scoppiò proprio perché gli ebrei non accettarono di "ellenizzarsi" come avrebbero voluto, invece, i seleucidi. Si potrebbe, a tal punto, obiettare che il Secondo Libro dei Maccabei, come il Primo, essendo considerato apocrifo dagli ebrei, sia privo di valore teologico. Tali libri, però, rientravano nella Septuaginta (la Bibbia tradotta in greco dagli ebrei) il che vuol dire, evidentemente, che almeno parte del popolo ebraico, all’epoca, li considerava ispirati.

A questo, va aggiunto anche un notevole valore storico. Quel brano tratto da 2Maccabei dimostra, infatti, che il concetto di creazione "dal nulla" già appartenesse all cultura ebraica.

Il "Bereshit Rabbah", che è un midrash espositivo del Libro della Genesi, riporta, in merito ai primi versi della Genesi, le interessantissime considerazioni di Rabbi Akiba (Gen. R. 1,14). Akiba ben Yosef, meglio conosciuto come Rabbi Akiba, fu tra i più noti rabbini vissuti a cavallo tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo; egli confutò tutte quelle teorie gnostiche secondo le quali la materia, al momento della Creazione, esistesse già. Ciò vuol dire che, già all'epoca, tra gli ebrei, era ben radicata la convinzione che la Creazione fosse avvenuta "ex nihilo".

Per noi cristiani sono molto importanti, anche, le parole contenute nel Prologo al Vangelo secondo Giovanni.

1 In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2 Egli era in principio presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. (Giovanni, 1-3)

Giovanni cominciò il suo Vangelo usando la stessa parola con la quale ha inizio la Genesi: "In principio". Tutto fu fatto per mezzo del Figlio di Dio, cioè del Logos (il Verbo) del Padre. Ancor più esplicita è questa frase: "Senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste". Ciò vuol dire che neppure l'energia e la materia, alla base dell'universo, fossero pre-esistenti alla Creazione. L'epressione "in principio", infatti, rimanda all'origine della creazione di tutte le cose.

Il Padre domenicano Roberto Coggi, in un libretto intitolato "Corso per Catechisti", parlando della Creazione, disse: «Il nome con cui Dio si pre­senta a Mosè (Es 3, 14), e che significa: "Io sono colui che sono", indica che Dio è la pienezza dell'essere, è l'essere sussistente. Ora, Dio non sarebbe la pienezza dell'essere, "Colui che è" in senso forte, se ci fosse qualcosa, la materia, indipendente da lui. Invece il fatto che Dio sia "Colui che è", che ha la pienezza dell'esistenza, vuol dire che egli è la sorgente di ogni realtà, quindi anche della materia. Questo è il ragionamento che farà San Tommaso d'Aquino approfondendo il mistero della Creazione».

Padre Coggi continuò dicendo: «San Giovanni e S. Paolo insegnano chiaramente la Creazione. Nel prologo del quarto Vangelo è detto del Verbo: "Tutto è stato fatto per mezzo dì Lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste" (Gv 1. 3). Ora, se tutto è stato fatto attraverso il Verbo vuol dire che è avvenuta una creazione dal nulla, cioè senza presupporre alcuna cosa, nemmeno la materia. È poi familiare a S. Paolo la dottrina che tutto viene da Dio (Rm 11, 36). Parlando di Cri­sto, l'Apostolo dice che in lui sono state fatte tutte le cose, e anche tutti gli angeli: "In lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà [cioè le varie gerarchle angeliche]. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista dì Lui. Egli è prima dì tulle le cose e tutte sussìstono in Lui" (Col 1, 16-17).
È un testo fondamentale, in cui si dice esplicitamente che gli angeli stessi sono stati fatti dal Verbo creatore
».

Infine, Padre Coggi citò alcuni tra i più eminenti Padri della Chiesa a sostegno del fatto che la tradizione cristiana abbia sempre creduto e sostenuto che la Creazione avvenne "dal nulla":

«Fin dall'inizio la tradizione cristiana ha interpretato le Scrit­ture leggendovi la dottrina della creazione del mondo, operata da Dio dal nulla. La Didaché, all'inizio del secondo secolo, mette in bocca ai fedeli questa esclamazione: "Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa per il tuo nome" (10, 1). Già S. Clemente Romano, alla fine del primo secolo, aveva insisti­to su questo punto, e poco dopo Erma (Pastore, Mand. 1, 1) esorta a credere nel Dio creatore che dal nulla fece essere ogni cosa. Erma è il primo fra i Padri a usare questa espressione: "dal nulla". Tra gli apologisti vediamo S. Teofilo di Antiochia, il quale dice espressamente che la materia con la quale Dio fece il mon­do era una realtà creata dallo stesso Dio, e che tale insegnamen­to è dottrina comune di tutti i profeti (Ad Autolycum 2. 10). A sua volta Taziano scrive: "La materia non è senza inizio come Dio, ma fu creata, e non da altri se non dall'autore di ogni cosa" (P. G. 6, 814). Chiarissimo questo testo: la materia ha avuto un inizio, ed è stata creata non dal principio del male, come dirà Mani, ma da Dio, autore di ogni cosa, anche della materia. S. Ireneo scrive: "Gli uomini non possono fare niente dal nulla, ma soltanto da qualche cosa; Dio invece è in ciò superiore agli uomini, poiché seppe trovarsi la materia del suo operare, che prima non c'era" (Adv. Haereses 2, 10). E come fece a trovarla? La creò. Produsse la materia e con essa produsse tutte le cose materiali. Tertulliano, polemizzando contro Ermogene, afferma che Dio non sarebbe più Dio se si fosse servito di una materia increata per formare il mondo: "Per noi, dice, c'è un solo Dio e una sola terra, che Dio fece in principio, e di cui la Scrittura, incominciando a descriverne il processo, dice prima che essa fu fatta, e poi ne esprime lo stato" (Adv. Hermogenem 26). Infatti la Bibbia dice così: "In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era infor­me e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque". Origene (vi ricordate? abbiamo parlato a lungo di questo grande pensatore) si meraviglia che i grandi filosofi dell'anti­chità, come Platone e Aristotele, abbiano potuto sognarsi una materia increata (De principiis 2, 1. 3-4). S. Atanasio (conosciamo bene questo grande Padre della Chiesa, l'avversario di Ari o, il grande sostenitore della divinità del Verbo) si servì del concetto di creazione per distinguere l'origine delle cose dalla processione del Verbo. Il Verbo è genera­to, non creato (ghennethénta, u poiethénta), mentre invece le creature sono fatte, sono create, sono prodotte dal nulla. Quindi la nozione dì creazione permette di dire che il Verbo non è crea­to, ma è generato, distinguendolo così dalle creature. San Giovanni Crisostomo presenta questo dogma fondamenta­le dicendo che Mosè (al quale egli attribuiva il libro della Genesi) "sradica tutte le eresie che dovevano pullulare nella Chiesa quando dice: In principio Dio creò il ciclo e la terra" (Hom. 11 in 1 Gen, 3). Sant'Agostino, con perfetta chiarezza, dice: "Tu, Signore, facesti il mondo dalla materia informe, quel quasi niente che facesti dal niente, per farne poi le grandi cose che noi, figli degl'uomini, ammiriamo (Conf. 12, 8)". Quindi Dio produce la materia informe che è quasi nulla, prope nihil, e poi si serve dì questa materia informe per formare tutte le cose che noi ammiriamo. Le citazioni dei Padri si potrebbero moltiplicare, poiché nes­suno si disinteressò di questo dogma fondamentale del Cristiane­simo, ma penso che i testi riportati siano sufficienti per dimo­strare questa unanimità dì dottrina».

Non mi pare esserci più alcun dubbio che la Sacra Scrittura abbia sempre e solo parlato di Creazione dal nulla e non da materia già esistente.