LA STORIA DI CAINO HA DEGLI ASPETTI STRANI?

Rispondiamo al sito controapologetica.info e alle loro perplessità espresse in merito al brano della Genesi relativo a Caino e Abele.
 

http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo=L%27incredibile%20storia%20di%20Caino

Gli autori dell’articolo considerano irrealistica la suddetta storia poiché supporrebbe che il mondo fosse già abitato da un gran numero di persone mentre, all’epoca, gli unici esseri umani sarebbero stati Adamo, Eva e i loro due figli (Caino e Abele). Ad esempio, quelli di controapologetica.info reputano assurda la frase “andiamo in campagna” (attribuita a Caino) poiché all’epoca né c’erano le città, né i paesi o i villaggi; la campagna, in pratica, era ovunque (senza la necessità di andarci); Caino, pertanto, avrebbe potuto, indisturbatamente, uccidere ovunque senza la necessità di andare in un luogo appartato.

Ancor più assurda è considerata la reazione dell’omicida alla sentenza di condanna da parte del Signore:
Chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere”. Tale reazione parrebbe immotivata poiché il mondo, all’epoca, era ancora disabitato.

Si è avuto da ridire anche sulla preferenza di Dio per Abele; predilezione considerata del tutto immotivata.

Dopo essersi poi chiesti da dove fosse sbucata la moglie di Caino, quelli di controapologetica.info attribuiscono, alla storia del primogenito di Adamo, un finale da “mondo alla rovescia”. Proprio Caino, condannato da Dio a vivere ramingo e fuggiasco, sarebbe stato il fondatore della prima città e quindi, scrivono quelli di controapologetica, pioniere e artefice della civiltà urbana, sedentaria, e stanziale in un mondo, fino ad allora, di nomadi. Dulcis in fundo, l’articolo è corredato da un lungo pistolotto sulla “pedagogia divina” (da loro giudicata a dir poco discutibile) e sull’antropologia culturale.

Cosa rispondere a tutti quei fuochi d’artificio? Andiamo in ordine..

1) PERCHE’ DIO PREFERI’ L’OFFERTA DI ABELE ANZICHE' QUELLA DI CAINO?

controapologetica.info ha scritto:

Il primo comportamento “strano” che notiamo nell’agire di Dio è la preferenza del tutto immotivata concessa ad Abele. La preferenza verso il secondogenito vorrebbe mostrare, spiega l’apologetica, che il Signore non è condizionato dalle regole in vigore tra gli uomini, come appare anche da vari altri casi simili (Esaù e Giacobbe, Manasse ed Efraim; caso limite quello di Davide, che era l’ultimo di otto fratelli).

Per la verità, una simile strategia che volutamente sovverte le consuetudini umane sembra avere poco senso in un mondo in cui tali consuetudini non esistono ancora, in una società in cui non ha ancora avuto modo di consolidarsi la gerarchia che privilegia il primogenito. In ogni caso, appare ingiustificabile l’ostilità nei confronti di Caino, i cui sacrifici non vengono graditi.

Certo, Dio poteva avere mille motivi per comportarsi così, ma il testo non vi accenna minimamente...

 
RISPOSTA:
 
Eviterò di soffermarmi su Esaù, Giacobbe, Manasse ed Efraim poiché ne verrebbe fuori un discorso fin troppo lungo, nonché off topic; mi soffermo un attimo, invece, su Davide e sul perché fu prescelto.

Nel Primo Libro di Samuele, al capitolo sedicesimo, è scritto che Dio inviò il profeta a Betlemme affinché ungesse re uno dei figli di Iesse. Quando Samuele vide Eliab (uno dei figli maggiori di Iesse) pensò che quello potesse essere il futuro re d’Israele. Eliab era alto, forte e bello e ciò indusse il profeta a pensare che fosse quello il prescelto. Dio, però, parlò a Samuele dicendogli: «Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore».

Dio stesso, pertanto, spiegò perché avesse scelto Davide tra tutti i figli di Iesse. Anche se, nella Bibbia, risulta, effettivamente, una sorta di predilezione divina per i più “piccoli”, nel caso specifico non possiamo dire che Dio scelse Davide per via dell’età: il Signore guarda al cuore delle persone e quello di Davide, evidentemente, era più integro rispetto a quello di tanti altri (compresi i restanti fratelli). Qualcuno, adesso, potrebbe obiettare che anche Davide peccò gravemente (come in occasione dell’adulterio con Betsabea e della morte di Uria l’ittita); ebbene, ciò accadde diversi anni dopo e comunque Davide se ne pentì amaramente. Il Salmo 51 (50 nella numerazione greca), detto anche “Miserere”, fu composto dal secondo re d’Israele proprio a seguito del peccato sopra menzionato. Davide, pertanto, chiese perdono a Dio; cosa che non fece Caino.

Torniamo, adesso, al testo della Genesi.
Non è vero che la preferenza per Abele fosse del tutto immotivata e ingiustificabile; il testo non esplicita il perché ma basta leggerlo con un po’ di attenzione per trovare delle buone motivazioni.

Nel Libro della Genesi è scritto che Caino offrì prodotti del suo orto, mentre Abele offrì le primizie del suo gregge. Già in passato diedi una risposta a chi chiedeva, ironicamente, se Dio fosse un “buongustaio” poiché, secondo l’autore della domanda, il Signore preferì le salsicce, i salami, i prosciutti, le bistecche e le costine offertegli da Abele, piuttosto che i ravanelli, le rape e i broccoli del “vegano” Caino.

Risposi così:
A parte il fatto che il sacrificio di Abele non consistette in salsicce e prosciutti e che Caino non era vegano, Dio preferì il sacrificio di Abele non certo per una questione di gusti personali. Nella Genesi è scritto che Abele sacrificò le primizie del proprio gregge. Le primizie in questione non erano salsicce, bistecche e salami vari, come qualcuno evidentemente ha inteso, ma gli agnelli migliori. Col termine primizie si indicava “il meglio”, oggi diremmo “prodotti di prima scelta”. Caino, invece, non sacrificò le primizie del proprio orto; cioè tenne per sé i prodotti migliori, sacrificando il resto. Ecco perché Dio non ne gradì il sacrificio. A tal proposito va fatta pure una dovuta precisazione: Dio non consumò, né assaggiò, gli agnelli di Abele e i broccoli e le rape di Caino. Non fu certamente una questione di gusti. Preferì il sacrificio di Abele per l’umiltà e per il senso di giustizia di quest’ultimo (che scelse di non tenere per sé le primizie, come fece invece il fratello maggiore).

Come con Davide (e con ciascuno di noi), Dio vide sia nel cuore di Abele che in quello di Caino. Abele, a differenza del fratello maggiore, fu buono, umile e giusto e per questo Dio ne accettò l’offerta.

Il Libro della Sapienza, al capitolo 10, presenta una rilettura della storia biblica dove il popolo d'Israele è presentato come il modello di chi accoglie la Sapienza e da essa si lascia guidare, fino a raggiungere la salvezza; gli egiziani, invece, rappresentano quanti a essa si chiudono e vanno incontro alla rovina e alla morte. Gli stessi elementi del creato che per gli uni sono strumento di salvezza, per gli altri diventano strumento di sconfitta e di morte. Nessun personaggio biblico è qui chiamato per nome, bensì se ne parla come di chi è “giusto” e di è “ingiusto”:

"3. Ma un ingiusto, allontanatosi da essa, nella sua collera perì per il suo furore fratricida. 4. A causa sua la terra fu sommersa, ma la sapienza di nuovo la salvò pilotando il giusto e per mezzo di un semplice legno." (Sapienza 10,3-4)

L’ingiusto in questione era Caino. Di Abele, invece, come riferitoci dai Sinottici, parlò Gesù Cristo.

Nel capitolo 23 del Vangelo secondo Matteo si racconta di una lunga e pesante invettiva di Gesù contro scribi e farisei accusati di essere ipocriti, ingiusti e cattivi:  “3 non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini” (Matteo 23, 3-5).

Nell’occasione, Gesù disse anche: “27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28 Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità” (Matteo 23, 27-28).

Sul finire di quel discorso, Gesù citò Abele e disse: “Ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l'altare” (Matteo 23, 35).

Tra le note della Bibbia di Gerusalemme, si legge che lo Zaccaria in questione fosse, probabilmente, quello menzionato nel Secondo Libro delle Cronache. Tale libro è anche l’ultimo del canone ebraico; dunque, mentre quello di Abele fu il primo omicidio menzionato nella Bibbia ebraica, quello del sacerdote Zaccaria fu l’ultimo. La Sacra Scrittura, pertanto, parla di Caino come di un “ingiusto” e di Abele come di un “giusto”. Caino, infatti, fu un po’ come quei farisei e quegli scribi di cui sopra: cioè pieno d’ipocrisia e iniquità. Dio, infatti, conosce anche i nostri sentimenti più reconditi. Tant’è che proprio Dio, usando un pizzico d’ironia, disse a Caino: «6 Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7 Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci male, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo» (Genesi 4, 6-7).

In pratica, è come se Dio gli avesse detto: “Fatti un esame di coscienza; se riterrai di esserti comportato bene, allora sii fiero di te stesso, diversamente sappi che il male è lì, in un angolo, pronto a colpirti, ma tu dominalo”.

Caino, a quel punto, avrebbe potuto e dovuto cercare di riparare chiedendo perdono ma così non fece. Si lasciò, invece, dominare dai sentimenti malvagi covati contro il fratello e lo uccise. La sua non fu semplice gelosia ma invidia della Grazia altrui. Gesù disse che tutti i peccati potranno essere perdonati ma non la “bestemmia contro lo Spirito Santo”. Quest’ultima non va intesa come una comune bestemmia ma come il rifiuto della Grazia Santificante che viene da Dio. La Chiesa ritiene che le bestemmie contro lo Spirito siano sei e tra queste c’è anche l’invidia della Grazia altrui.

Dunque non è vero che la preferenza per Abele fosse del tutto immotivata.

2) PERCHE’ CAINO DISSE AL FRATELLO “ANDIAMO IN CAMPAGNA”?

controapologetica.info ha scritto:

Altro particolare che fa sorridere è la proposta fatta da Caino al fratello per avere la possibilità di compiere indisturbato il misfatto: “Caino disse al fratello Abele: "Andiamo in campagna!"”. E sappiamo che, “mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise”. Ora, la proposta di andare in campagna, fatta quando la prima città era ancora di là da venire (era destinato a fondarla proprio Caino!) costituisce un bizzarro anacronismo. L’idea stessa di recarsi in quel luogo, infatti,

1) presuppone che esso sia almeno un poco distante da dove i due si trovano (ed è difficile dire dove si trovino: forse in un pascolo, sotto la giurisdizione di Abele, l’allevatore?); impossibile non pensare alla proposta di una gita “fuori porta”;

2) implica il desiderio di trovare un luogo poco frequentato, o addirittura deserto, per poter compiere il crimine impunemente; come se altrove (fuori della campagna, quindi), vi fosse una moltitudine di potenziali testimoni.
Non si tratta di un particolare narrativo secondario, e perciò eliminabile: la campagna come luogo appartato ha un suo ruolo preciso nella dinamica degli eventi.

L’apologetica più intelligente insiste sul fatto che qui siamo di fronte a “parabole”, a racconti “simbolici”, “per immagini”. Don Giorgio Paximadi ad esempio dice che anche per il peccato originale noi sappiamo che si tratta di un fatto realmente avvenuto, ma non pretendiamo di affermare che sia avvenuto proprio come ci viene raccontato, con quei precisi dettagli; altrimenti, conclude, si cade nel fondamentalismo. La spiegazione lascia alquanto perplessi; comunque sia, nel nostro caso (e non solo in questo, naturalmente) non è applicabile, perché i “particolari” che si vorrebbero ignorare - in quanto comicamente inverosimili - per sostituirli con altri non precisati, non possono venire eliminati, essendo assolutamente indispensabili per dare significato al racconto. Togliendo quelli, l’episodio non significa più nulla...

 
RISPOSTA:

Cominciamo col dire che il Testo Masoretico (che è la Bibbia in ebraico) non contiene la frase “andiamo in campagna”. Si limita a dire che Caino parlò al fratello senza, però, riportarne le parole. Mentre i due erano in un campo (o campagna come dir si voglia), Caino alzò la mano contro Abele e lo uccise.

La Septuaginta, che è la traduzione della Bibbia in greco, dice, invece, che «Caino parlò a suo fratello Abele e gli disse: “ANDIAMO FUORI”. Mentre erano in un campo, Caino alzò la mano contro Abele e lo uccise». I due testi (ebraico e greco) sono molto simili; differiscono solo nel fatto che la LXX, diversamente dal TM, riporta le parole dette da Caino. Ebbene, questi non disse “andiamo in campagna” ma “andiamo fuori”. Tale espressione suppone che fossero in casa e, presumibilmente, alla presenza dei genitori. Che poi la “casa” in questione fosse una baracca, una capanna o una grotta non fa alcuna differenza. Pertanto, l’invito a “uscire” era dovuto al fatto di non volere che i genitori lo vedessero fare del male ad Abele. 

Proprio perché i centri urbani non c’erano ancora, “fuori casa” era già campagna e dunque, appena furono lontani a sufficienza da non essere visti dai genitori, Caino uccise il fratello. Francamente non ci vedo nulla d’irrealistico.

Alcune traduzioni in lingue vernacolari, cercando di seguire la LXX, hanno tradotto (sbagliando) “andiamo in campagna”, anziché “andiamo fuori” (forse perché l’omicidio avvenne in un campo); resta il fatto che il testo greco si traduce “andiamo fuori” e che il testo masoretico neppure riporta tale frase.

Su questa questione, pertanto, controapologetica.info ha costruito un lungo pistolotto basato, semplicemente, sul nulla, o meglio, su di una cattiva traduzione.

3) PERCHE’ CAINO TEMEVA DI ESSERE UCCISO VISTO CHE AL MONDO RESTAVANO SOLO lUI E I GENITORI?


controapologetica.info ha scritto:

L’effetto delle parole angosciate di Caino è quindi vagamente umoristico. È come se egli dicesse che appena metterà piede sulla pubblica via qualcuno gli farà la pelle; senonché le “strade” sono ancora tutte desolatamente vuote. Per ora, le uniche persone di cui dovrebbe eventualmente aver paura sono il padre e la madre. E per quanto riguarda il futuro, anche quando, dopo decine o centinaia di anni, la Terra sarà effettivamente popolata, chi potrebbe venire a sapere del delitto da lui commesso nei confronti di una persona che nessuno ha mai neppur conosciuto? Ancora una volta, la minaccia per lui potrebbe giungere solo dalla delazione dei genitori.

L’apologetica più intelligente insiste sul fatto che qui siamo di fronte a “parabole”, a racconti “simbolici”, “per immagini”. Don Giorgio Paximadi ad esempio dice che anche per il peccato originale noi sappiamo che si tratta di un fatto realmente avvenuto, ma non pretendiamo di affermare che sia avvenuto proprio come ci viene raccontato, con quei precisi dettagli; altrimenti, conclude, si cade nel fondamentalismo. La spiegazione lascia alquanto perplessi; comunque sia, nel nostro caso (e non solo in questo, naturalmente) non è applicabile, perché i “particolari” che si vorrebbero ignorare - in quanto comicamente inverosimili - per sostituirli con altri non precisati, non possono venire eliminati, essendo assolutamente indispensabili per dare significato al racconto. Togliendo quelli, l’episodio non significa più nulla...

 
RISPOSTA:

Per comprendere meglio l’intera questione è bene leggere prima ciò che è scritto nella Genesi:

9 Allora il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». 10 Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! 11 Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12 Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13 Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14 Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». 15 Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. 16 Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden. (Genesi 4, 9-16)

Cominciamo col dire che questo dialogo tra Dio e Caino, come anche quello relativo al sacrificio offerto dai due fratelli, potrebbe non esserci stato. Dio, infatti, può parlarci in tanti modi, anche solo attraverso la voce della nostra coscienza e, di conseguenza, quei dialoghi, nella forma diretta in cui ci sono riportati, potrebbero, in realtà, non esserci stati. Indipendentemente da ciò, Caino dimostrò di non essere pentito di quel che aveva fatto (alla domanda dove fosse Abele rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?»). Il mancato pentimento di Caino suscitò l’ira del Signore; ebbene, neppure la collera di Dio lo indusse a chiedere perdono. Caino, allora, commise un peccato addirittura più grande di quello appena commesso: cioè non credere che Dio lo perdonasse là dove avesse chiesto misericordia («Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!»). La Chiesa Cattolica, in questi casi, parla di “disperazione per la Salvezza”. Quest’ultima, proprio come l’invidia della Grazia altrui, è una delle sei bestemmie contro lo Spirito Santo. Si pensa che anche Giuda commise lo stesso errore; dopo aver ammesso di aver venduto sangue innocente, anziché chiedere perdono a Dio, si andò a impiccare.

Questo, invece, è quanto Santa Caterina da Siena si sentì dire dall’Eterno Padre circa la disperazione per la salvezza: “Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché il peccatore non ha voluto, spregiando la mia misericordia; perciò mi è più grave questo che tutti gli altri peccati che ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliolo che non fu il tradimento che egli mi fece. Così sono condannati per questo falso giudizio d’aver posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia; e perciò sono puniti con le dimonia e cruciati eternamente con loro” (Santa Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, c. 37).

Ma di chi aveva paura Caino?
Giuseppe Flavio, storico ebreo/romano vissuto durante il primo secolo d.c. , all’interno di Antichità Giudaiche, scrisse che Caino, dopo aver perso il sostegno di Dio, ebbe paura delle bestie feroci che, nel corso del suo lungo peregrinare, egli avrebbe potuto incontrare e che lo avrebbero potuto uccidere (Antichità Giudaiche, Libro I:59). Qualcuno, adesso, potrebbe obiettare che il termine italiano “chiunque” voglia dire “ogni persona che..” (dunque riferito a persone e non a creature di altro genere) ma la Genesi non è stata scritta nella nostra lingua bensì in ebraico. Proprio in ebraico, la parola כל (ḵāl), qui tradotta “chiunque”, può fare riferimento a qualsiasi creatura; sia essa umana, animale o angelica. Il cosiddetto “marchio di Caino”, a sua volta, non sarebbe stato un tatuaggio o una sorta di lettera scarlatta appiccicatagli addosso ma l’assicurazione divina che non avrebbe subito vendetta. L’autore biblico, a quel punto, usò tale vicenda per istituire la Legge del Taglione: finalizzata non a giustificare la vendetta ma a stabilirne un limite. In virtù di ciò, l’intera questione (circa le paure di Caino) si potrebbe chiuderla qui.

Come dicevo prima, però, quel dialogo (Genesi 4, 9-15), così come c’è stato riportato, potrebbe essere immaginifico. Lo confermano alcuni particolari che ai più sfuggono. Al verso successivo (il sedicesimo) è scritto che “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden”. Chi non sa nulla d’ebraico potrebbe pensare che quel verso altro non sia che un’indicazione geografica su dove andò a vivere Caino poco dopo l’omicidio di Abele. A parte il fatto che in nessun’altra parte della Bibbia si parla della “terra di Nod”, tale parola נוד (Nod), in ebraico, sta per “vagare”. Nod, infatti, è parte integrante di un verbo (לנדוד) che vuol dire, appunto, "vagare". E' allora piuttosto strano che un luogo geografico possa essersi chiamato "terra del vagare" sebbene, soprattutto in passato, anche molti ebrei (tra cui Giuseppe Flavio) non se ne posero il problema.

La parola Nod, però, potrebbe voler dire anche "angoscia", "tremore" o "agitazione". Francesco Angiolini, traducendo dal greco proprio le Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, tra le note a piè di pagina, scrisse che la parola Nod, in ebraico, deriva dal verbo נוד (nud) che vuol dire "agitare" poiché, scrisse Angiolini, quella era una terra d'agitazione e sconvolgimento.

https://books.google.it/books?id=1BA4AQAAMAAJ&pg=PA77&lpg=PA77&dq#v=onepage&q&f=false

Francesco Angiolini, per chi non lo sapesse, fu un famoso religioso, scrittore e traduttore italiano vissuto durante la seconda metà del '700. Già a 18 anni conosceva una decina di lingue e, nel corso della sua breve vita (morì a 38 anni), fu, in tutta Eurora, tra i più apprezzati traduttori del suo tempo. E' possibile leggerne la biografia al seguente link:

http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-angiolini_(Dizionario-Biografico)/

Qualcuno potrebbe aver notato che נוד (Nod) e נוד (nud), nella grafia ebraica, si scrivano esattamente allo stesso modo. Le due parole, però, non si pronunciano uguali. L'ebraico, infatti, si scrive senza vocali. Intercalando una "o" si ottiene "Nod", intercalando una "u" si ottiene "nud". Quel verbo, oltre che "agitare", può voler dire anche "gemere" o "tremare" tant'è che Origene, nelle sue "Omelie su Geremia", scrisse:

«Caino, essendosi allontanato dal volto di Dio, visse nella terra di Nod di fronte all'Eden. "Nod" in lingua greca significa tremare: chiunque abbandona Dio, abbandonando la comprensione, ha il pensiero continuamente "nella terra di Nod"; abita anche lì, cioè, quella persona che rimane nel malvagio sconvolgimento del cuore e nella confusione della mente».

Secondo Origene, pertanto, Nod non era un luogo geografico ma il tormento derivato dall'aver abbandonato Dio.

A sostegno di ciò, c'è anche la traduzione in greco (tratta dalla LXX) di Genesi 4,12-15

Quei versi ci sono noti così:

12 Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13 Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14 Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere. Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato»

Ebbene, nella Septuaginta non è scritto che Caino fu condannato a vivere "ramingo e fuggiasco" bensì in una sorta di perenne stato di agitazione:

12 ὅτι ἐργᾷ τὴν γῆν, καὶ οὐ προσθήσει τὴν ἰσχὺν αὐτῆς δοῦναί σοι· στένων καὶ τρέμων ἔσῃ ἐπὶ τῆς γῆς. 13 καὶ εἶπεν Καιν πρὸς τὸν κύριον Μείζων ἡ αἰτία μου τοῦ ἀφεθῆναί με· 14 εἰ ἐκβάλλεις με σήμερον ἀπὸ προσώπου τῆς γῆς καὶ ἀπὸ τοῦ προσώπου σου κρυβήσομαι, καὶ ἔσομαι στένων καὶ τρέμων ἐπὶ τῆς γῆς, καὶ ἔσται πᾶς ὁ εὑρίσκων με ἀποκτενεῖ με. 15 καὶ εἶπεν αὐτῷ κύριος ὁ θεός Οὐχ οὕτως· πᾶς ὁ ἀποκτείνας Καιν ἑπτὰ ἐκδικούμενα παραλύσει. καὶ ἔθετο κύριος ὁ θεὸς σημεῖον τῷ Καιν τοῦ μὴ ἀνελεῖν αὐτὸν πάντα τὸν εὑρίσκοντα αὐτόν.

"Quando lavorerai la terra non ti darà i suoi frutti. Sarai gemente e tremante sulla terra. Caino disse al Signore: Il mio crimine è troppo grande per essere perdonato! Se tu oggi mi scacci dalla faccia di questa terra, sarò nascosto ai tuoi occhi; Io gemerò e tremerò sulla terra, e il primo che mi incontrerà mi ucciderà. Il Signore gli disse: Non sarà così; qualsiasi essere che ucciderà Caino incorrerà in sette punizioni. E il Signore Dio mise un segno a Caino, affinché tutti quelli che lo incontravano non lo uccidessero".

Da notare che né Caino, né Dio usarono la parola "chiunque".

Come emerge dal testo greco, Caino non fu condannato, perennemente, a scappare e a nascandersi ma a "gemere e tremare"; cioè, come dicevo prima, a vivere in un perenne stato di angoscia. Stando così le cose, qualcuno si dirà: come mai le restanti traduzioni (a partire dalla Vulgata fino ad oggi) traducono "ramingo e fuggiasco"? 

Il perché sta nel fatto che la parola ebraica "Nod", come sopra spiegato, è strettamente imparentata col verbo "vagare".

Dicasi lo stesso per נע (nā) e per נד (nād). Sono questi i due vocaboli tradotti "ramingo e fuggiasco". Entrambi sono imparentati a נוד (Nod), il quale, a sua volta, è legato al verbo לנדוד (vagare). Tuttavia, tali parole, nella Bibbia, appaiono pochissime volte. Nod si trova solo in quel verso, mentre i vocaboli nā e nād, le restanti volte presenti nel TM, assumono, in base al contesto della frase, svariati significati: da "fuggire" fino e "svolazzare", passando per "tremare". In pratica, non hanno sempre un significato univoco. Qualcuno penserà: COME E' POSSIBILE? Esistono almeno due buoni motivi: 1) perché il vocabolario ebraico era povero di sostantivi (dunque le stesse parole assumevano più significati); 2) perché l'ebraico si scrive senza vocali; pensiamo, ad esempio, a questa serie di consonanti: MRT. Intercalando le vocali, otteniamo: MiRto, MaRiTo, MaRTe, MeRiTo, MiRaTo, MoRTaio, MoRTe, MuRaTo, eMeRiTo, eMiRaTo. Tutte parole piuttosto diverse tra loro.

Ebbene, se degli ebrei, oltre 2000 anni fa, traducendo la Genesi dalla loro lingua al greco (Bibbia dei 70), tradussero "gemente e tremante", anziché "ramingo e fuggiasco", un motivo dovrà pur esserci.

Qualcuno, tempo addietro, in merito a cosa fosse davvero la Terra di Nod, scrisse qualcosa di simpatico:

«Sembra plausibile che la frase "Terra di Nod" sia proverbiale e non in realtà una posizione geografica; in forma forse paragonabile alla "terra della confusione" del brano omonimo (Land of Confusion) di Phil Collins (contenuto nell'album Genesis) o al "mondo del dolore" di Walter Sobchak».

Non sono un esperto conoscitore della musica di Phil Collins e non ho mai visto "Il grande Lebowski" (del quale, leggo sul web, "Walter Sobchak" è uno dei personaggi). Il punto è che la menzione biblica alla Terra di Nod è prettamente metaforica.

ויצא קין מלפני יהוה וישב בארץ־נוד קדמת־עדן׃
Si allontanò Caino dalla presenza del Signore e andò nella terra di Nod, a est di Eden.

Dunque, se volessimo tradurre quel verso più alla lettera, ne verrebbe fuori che Caino, dopo essersi allontanato da Dio, andò nella “terra del vagare” (poiché "terra di Nod" questo vuol dire). Non credo, pertanto, ci voglia un grosso sforzo d‘immaginazione per capire che il significato di quel verso sia più “metaforico” che “storico/geografico”.

Noi cattolici crediamo che la Comunione con Dio dipenda dall’essere in Stato di Grazia. Si trovano in tale stato tutti coloro non abbiano, sulla coscienza, peccati gravi non rimessi. Il peccato grave (detto anche mortale) rompe la comunione con Dio. In quei momenti non è il Signore ad allontanarsi da noi ma è il peccatore che si allontana da Dio (come insegnatoci dalla parabola del Figliol Prodigo). Per i battezzati che hanno fatto la Prima Comunione, la via ordinaria per ottenere la remissione dei peccati è il Sacramento della Riconciliazione (più comunemente noto come Confessione). Non tutti però sono cattolici, molti neppure sono cristiani. Il perdono divino, pertanto, lo si ottiene, innanzitutto, attraverso il pentimento. Del resto, anche per fare una buona Confessione, servono, appunto, il pentimento e il buon proposito di non peccare più. Caino, come dicevo prima, non si pentì. Il peccato da lui commesso ruppe il rapporto di comunione con Dio e fu così che Caino si allontanò dal Signore e andò a vivere nella terra del vagare.

La perdita della Comunione con Dio ci espone a ogni sorta di attacco esterno, a cominciare da quelli del Maligno. I nostri principali nemici, infatti, non vanno cercati tra gli altri esseri umani ma tra le potenze demoniache:

11 Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. 12 La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. (Efesini 6, 11-12)

Il brano suddetto è di San Paolo ed è tratto dalla Lettera agl’Efesini.

7 Figlioli, nessuno v'inganni. Chi pratica la giustizia è giusto com'egli è giusto. 8 Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo. 9 Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio. 10 Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello. 11 Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 12 Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per qual motivo l'uccise? Perché le opere sue erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. (1 Giovanni 3, 7-12)

Quest’altro brano, invece, è tratto dalla Prima Lettera di San Giovanni Apostolo; si parla del demonio, del peccato, dei “figli di Dio” e dei “figli del diavolo” e di Caino che uccise suo fratello perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di Abele erano giuste.

San Tommaso d’Aquino scrisse che alcuni sono figli del diavolo “per imitazione delle sue opere” e non certo perché siano stati generati da lui; dunque si diventa “figli del demonio” quando si comincia a imitarne le opere che sono irrimediabilmente cattive. L’essere umano diventa, invece, “figlio di Dio”, per filiazione adottiva come, ad esempio, a seguito del Battesimo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, a riguardo, scrive: “Il Battesimo non soltanto purifica da tutti i peccati, ma fa pure del neofito una «nuova creatura» (2 Cor 5,17), un figlio adottivo di Dio (Cf Gal 4,5-7.) che è divenuto partecipe della natura divina (Cf 2Pt 1,4), membro di Cristo (Cf 1Cor 6,15; 1 Cor 12,27) e coerede con lui (Cf Rm 8,17), tempio dello Spirito Santo (Cf 1 Cor 6,19)” (CCC 1265).

Padre Angelo Bellon, sul sito degl’Amici Domenicani, in merito all’azione demoniaca ha scritto:
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che “la permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma noi ‘sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio’ (Rm 8,28)” (CCC 395). Possiamo pensare che Dio permetta tali cose per istruirci e richiamarci sulla necessità di essere vigilanti e di vivere in grazia. Se si vive in grazia non si ha nulla da temere, dal momento che Dio stesso ha detto per bocca di san Giacomo: “Sottomettevi a Dio, resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (Gc 4,7). Il peccato è una tacita alleanza con il nostro avversario che “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (l Pt 5,8). Per non rimanerne vittime è necessario “resistergli saldi nella fede” (l Pt 5,8). Commettere peccato è la stessa cosa che aprirgli le porte e le finestre della nostra vita perché possa fare le sue incursioni. Giovanni Paolo II in Reconciliatio et Paenitentia ricorda il legame tra il diavolo e il peccato quando afferma che il peccato è in se stesso un mistero, perché in esso interagiscono “fattori per i quali esso si situa al di là dell’umano, nella zona di confine dove la coscienza, la volontà e la sensibilità dell’uomo sono in contatto con forze oscure che, secondo S. Paolo (Rm 7,7-25; Ef 2,2; 6,12) agiscono nel mondo fin quasi a signoreggiarlo” (RP 14). Sicché sembrerebbe che l’uomo, quando pecca, non sia mai solo, ma cooperi con un mondo ostile a Dio. S. Paolo parla di mistero dell’iniquità (2 Ts 2,7). A questo legame allude S. Giovanni quando in maniera secca dice: “Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin da principio” (1 Gv 3,8), ed è figlio del diavolo: “Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello” (1 Gv 3,10). Gesù stesso dice: “Voi avete per padre il diavolo” (Gv 8,44). Evidentemente si viene dal diavolo non per generazione, ma per imitazione.

Come si evince dal Libro di Giobbe, quando Dio lo permette, finanche i santi possono essere vessati dal Maligno; molti di più, sebbene non se ne accorgano, sono però coloro che finiscono nelle grinfie del demonio a causa del peccato. Mentre i santi, nella loro lotta contro gli spiriti maligni, sono assistiti da Dio, chi è schiavo del peccato è come se lo fosse del diavolo. Gesù ha detto: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34). Qualcuno potrebbe obiettare che i demoni non uccidano ma anche questo non è del tutto vero. Disse Sant’Agostino: “Il diavolo vorrebbe molto spesso nuocere, ma non può, perché il suo potere è sottomesso a un altro potere. Se il diavolo potesse nuocere a suo piacimento, non rimarrebbero più giusti sulla terra” (Enarrationes in Psalmos, Salmo 8). Il diavolo, pertanto, non può agire indisturbato ma quando qualcuno si mette nelle sue mani è come se avesse scritto la propria condanna.

Diceva San Tommaso: “Solo colui che non vuole resistere al demonio è vinto da lui”. (San Tommaso, In Iob, 16,11, lect. III, n.209).

Scriveva Padre Angelo:
La Sacra Scrittura in nessun passo ammonisce di temere il demonio. Ma piuttosto offre un utilissimo avvertimento: “Sottomettevi a Dio, resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (Gc 4,7). Il segreto di tutto è l’obbedienza alla volontà di Dio e la fedeltà alla grazia, accompagnata dalla vigilanza: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede” (l Pt 5,8-9).

Quando un’anima si allontana da Dio, può colpirlo una sciagura dopo l’altra proprio perché Dio non è più con lui. 

Gesù disse che “senza di Lui non possiamo far nulla”.

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. 18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21 Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. 22 Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23 Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24 Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25 Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione. 26 Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; 27 e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. (Giovanni 15)

Proprio Sant’Agostino, in relazione al bellissimo brano di cui sopra, fece notare che Gesù non disse che senza di Lui possiamo far poco ma che senza il suo aiuto non possiamo far nulla. Neppure dobbiamo dimenticare quest’altra parola del Signore:

Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire l'anima e il corpo nella Geenna. (Matteo 10, 28)

A mio avviso, pertanto, quel brano della Genesi (4,10-15) ha, soprattutto, valore simbolico poiché ricchissimo di significati. Caino, dopo aver peccato gravemente, non si pentì ma si allontanò (nel senso metaforico del termine) da Dio; al contempo, perse pure la speranza macchiandosi, così, di una colpa ancor più grave di quella commessa in precedenza. Finanche il lungo “peregrinare” di Caino ha un significato più simbolico che pratico. Il suo fu il tormento di un’anima perduta, di chi ha goduto dell’amicizia di Dio per poi perderla miseramente (Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te). Faccio presente che nessuno può “realmente” nascondersi da Dio poiché Egli è ovunque e nulla può sfuggirgli. Quella frase, pertanto, come anche quella successiva, inerente la terra di Nod, sta a simboleggiare il tormento spirituale di un’anima perduta.

Riassumendo, per dare una spiegazione a quel brano della Genesi, non serve togliere "certi particolari" (come scriveva controapologetica.info) ma è sufficiente saperli comprendere. La parola כל (ḵāl), oggi tradotta “chiunque”, può indicare qualsiasi creatura (umana, animale e angelica); Caino, pertanto, potrebbe aver temuto le bestie feroci (in linea con ciò che scrisse Giuseppe Flavio) o aver avuto paura dei demoni (i quali, come scrisse San Paolo, sono i nostri principali nemici). Infine, è lecito pensare che la menzione alla "terra di Nod" sia più metaforica che geografica. Secondo Origene, mentre l'Eden era il Paradiso terrestre, Nod era come l'Inferno in Terra.

4) DA DOVE SBUCO’ LA MOGLIE DI CAINO?

controapologetica.info ha scritto:

Il problema classico che l’apologetica ha sempre dovuto affrontare, riguardo al primo omicida della storia umana, è quello della “moglie di Caino”. Il testo sacro infatti ci dice che, dopo la solenne condanna da parte di Dio, “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden”. Qui “si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch” (Gn 4, 16-17).

Il lettore della Bibbia si è sempre chiesto (e ancor oggi capita di sentir formulare la domanda a Radio Maria) da dove mai uscisse quella moglie, dato che il racconto fin qui ci aveva presentato, come primi e unici abitanti della Terra, solo Adamo, Eva, Caino e Abele.

Il compito dell’apologetica in questo caso non è difficile: è sufficiente dire che la Bibbia non precisa quando Caino trovò la moglie; e che, data la straordinaria longevità di quei patriarchi (Caino stesso morì a ottocento anni), nessuno ci impedisce di supporre che ciò sia avvenuto qualche centinaio di anni più tardi, quando cioè la Terra non era più deserta.

La situazione è molto chiara: l’apologetica insiste pateticamente nel dire che il testo non afferma che esistessero a quell’epoca solo Caino e Abele, ma la conclusione del capitolo quarto non lascia dubbi a chi sia sgombro di pregiudizi: “Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. "Perché - disse - Dio mi ha concesso un'altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l'ha ucciso"”. Come in tanti altri casi, diremo qui che se queste parole non significano che Set nacque dopo il fratricidio come primo successore del fratello omicida, allora la parola di Dio va considerata più ingannatrice di quella del serpente...

 
RISPOSTA:

Set nacque senz’altro dopo l'omicidio del fratello Abele ma ciò non vuol dire affatto che, prima della morte di quest’ultimo, Adamo ed Eva non avessero avuto altri figli. Il 5° capitolo della Genesi inizia così:

1 Questo è il libro della genealogia di Adamo. Quando Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; 2 maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati. 3 Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set. 4 Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. 5 L'intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni; poi morì. (Genesi 5, 1-5)

Se volessimo prendere alla lettera questo brano, soprattutto nel modo in cui è stato tradotto, per giunta decontestualizzandolo dal capitolo precedente, dovremmo pensare che Adamo procreò per la prima volta a 130 anni e che Set ne fu il primogenito. Sappiamo, però, dal 4° capitolo, che fu Caino il primo figlio di Adamo, che Abele fu il secondo e che Set venne solo successivamente. Nel quinto capitolo è scritto che l’intera vita di Adamo fu di 930 anni e che generò figli e figlie. Ebbene, il testo ebraico non ci impone affatto di credere che Set fu il terzogenito e che tutti i restanti figli e figlie di Adamo nacquero dopo di lui; tutt’al più possiamo pensare che Set fu il terzo figlio maschio. Infatti, il termine ebraico זרע (zeh'-rah), qui tradotto “discendenza” (Dio mi ha concesso un'altra discendenza al posto di Abele), significa, letteralmente, “seme” (qua inteso come “sperma”). L’ebraico moderno, per dire “discendente”, usa la parola יורד "yored" che nella Bibbia, però, designa l’azione di "quelli che vanno giù da Israele"; costoro, nella Bibbia, sono detti “yordim”, cioè gli emigranti provenienti da Israele. La parola "discendente" (intesa come progenie di..), nella Bibbia è “ze-ra” (זרע, cioè seme). Tale termine, all’interno del Testo Sacro, è presente 57 volte (230 considerando, anche, le restanti parole che la incorporano tipo haz-ze-ra‘ o kə-ze-ra‘); il più delle volte è sinonimo di discendenza intesa come “stirpe”. Questa parola appare per la prima volta nel capitolo primo della Genesi per indicare i semi creati da Dio e dai quali nacquero i vegetali. Successivamente, invece, è usata, perlopiù, come sinonimo di “popolo derivante da..” 

Tipo, ad esempio, in Geremia 33,22 

אשר לא־יספר צבא השמים ולא ימד חול הים כן ארבה את־זרע דוד עבדי ואת־הלוים משרתי אתי׃ 

Quel verso viene oggi tradotto così: “Come non si può contare la milizia del cielo né numerare la sabbia del mare, così io moltiplicherò la discendenza di Davide, mio servo, e i leviti che mi servono

La parola in questione, pertanto, non indica, specificatamente, né i primi nati, né i patriarchi. Nulla, pertanto, vieta di pensare che Adamo ed Eva, prima di Set, potessero aver avuto altri figli (soprattutto di sesso femminile). Faccio notare, infatti, che nelle genealogie dei patriarchi prediluviani (contenute nel capitolo 5° della Genesi) nessuna figlia femmina sia nominata per nome.

1 Questo è il libro della genealogia di Adamo. Quando Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; 2 maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati. 3 Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set. 4 Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. 5 L'intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni; poi morì. 6 Set aveva centocinque anni quando generò Enos; 7 dopo aver generato Enos, Set visse ancora ottocentosette anni e generò figli e figlie. 8 L'intera vita di Set fu di novecentododici anni; poi morì. 9 Enos aveva novanta anni quando generò Kenan; 10 Enos, dopo aver generato Kenan, visse ancora ottocentoquindici anni e generò figli e figlie. 11 L'intera vita di Enos fu di novecentocinque anni; poi morì. 12 Kenan aveva settanta anni quando generò Maalaleèl; 13 Kenan dopo aver generato Maalaleèl visse ancora ottocentoquaranta anni e generò figli e figlie. 14 L'intera vita di Kenan fu di novecentodieci anni; poi morì. 15 Maalaleèl aveva sessantacinque anni quando generò Iared; 16 Maalaleèl dopo aver generato Iared, visse ancora ottocentotrenta anni e generò figli e figlie. 17 L'intera vita di Maalaleèl fu di ottocentonovantacinque anni; poi morì. 18 Iared aveva centosessantadue anni quando generò Enoch; 19 Iared, dopo aver generato Enoch, visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie. 20 L'intera vita di Iared fu di novecentosessantadue anni; poi morì. 21 Enoch aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme. 22 Enoch camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni e generò figli e figlie. 23 L'intera vita di Enoch fu di trecentosessantacinque anni. 24 Poi Enoch cammino con Dio e non fu più perché Dio l'aveva preso. 25 Matusalemme aveva centottantasette anni quando generò Lamech; 26 Matusalemme, dopo aver generato Lamech, visse ancora settecentottantadue anni e generò figli e figlie. 27 L'intera vita di Matusalemme fu di novecentosessantanove anni; poi morì. 28 Lamech aveva centottantadue anni quando generò un figlio 29 e lo chiamò Noè, dicendo: «Costui ci consolerà del nostro lavoro e della fatica delle nostre mani, a causa del suolo che il Signore ha maledetto». 30 Lamech, dopo aver generato Noè, visse ancora cinquecentonovantacinque anni e generò figli e figlie. 31 L'intera vita di Lamech fu di settecentosettantasette anni; poi morì. 32 Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet. (Genesi 5)

Come si può ben notare, in tutto il 5° capitolo della Genesi, vien detto che i patriarchi ebbero anche delle figlie senza, però, mai, specificarne il nome. Ciò è dovuto alla mentalità maschio-centrica degli antichi. Ebbene, se volessimo assumere alla lettera l’intero brano, dovremmo pensare che quei patriarchi furono tutti primogeniti e che tutti loro, nessuno escluso, ebbero sempre, in primis, figli maschi e solo poi figlie femmine. Inoltre, dovremmo pensare che Lamech aspettò 182 anni per avere il primo figlio o che suo padre Matusalemme ne ebbe 177 quando diventò genitore per la prima volta. Il racconto, invece, segue (per tutti quanti) uno schema letterario fisso: prima viene menzionato il nome del patriarca, poi l’età avuta quando generò quel figlio maschio destinato ad essere un capostipite, poi vien detto il nome di tale figlio, l’età complessiva del patriarca e, infine, è riportata la menzione generica che egli, nel corso della propria vita, generò vari altri figli e figlie.

Ne consegue che i patriarchi di quell’elenco potrebbero essere stati primogeniti o secondogeniti o terzogeniti e via discorrendo. 

Proprio la vicenda di Caino e Abele (come di tanti altri personaggi biblici) dimostra che per essere “prediletti” da Dio non conta l’essere nati per prima (di questo ho già parlato, ampiamente, al punto 1).

L’esegesi ebraica riconosce, da sempre, la possibilità che Adamo ed Eva, prima ancora della morte di Abele, potessero aver avuto altri figli (soprattutto di sesso femminile). Nel Libro dei Giubilei (canonico per la Chiesa Copta ma apocrifo per i restanti cristiani e per gli ebrei) è scritto che Caino prese per moglie una delle sue sorelle chiamata Awan. Il Libro dei Giubilei (detto anche Piccola Genesi) fu scritto oltre 2000 anni fa (ampie parti di esso sono state ritrovate tra le grotte di Qumran). Qualcuno, adesso, obietterà che, trattandosi di un testo apocrifo, sia del tutto privo di valore. Ebbene, senz’altro, per noi cattolici, non può avere alcun valore dottrinale, ma dimostra, essendo stato scritto da ebrei oltre 2 millenni fa, che l’interpretazione classica, da sempre, sia che Caino ebbe per moglie una delle sorelle. Ciò potrebbe, addirittura, essere accaduto prima ancora dell’omicidio di Abele. Su tale questione, ad esempio, Daniele Salamone ha scritto:

Ci tengo a precisare che il verbo “conoscere” non sempre significa “essere a conoscenza di…”, ma viene prevalentemente utilizzato dalle Scritture per designare il rapporto sessuale tra marito e moglie. In questo caso il racconto biblico è molto chiaro, Caino non «conobbe» sua moglie nel senso che la trovò a Nod, si fidanzò con lei e poi si sposarono, ma dice chiaramente che «conobbe» sua moglie e gli diede un figlio. In sostanza, Caino era già sposato prima di essere esiliato da Dio e, una volta stabilitosi a Nod (insieme a lei), la «conobbe», cioè ebbe rapporti sessuali con lei il cui frutto di questa unione fu la nascita di Enoch (da non confondere con l’Enoch della discendenza di Shem).

Cari amici di controapologetica, la mente piena di pregiudizi l'hanno coloro che pretendono di giudicare un testo antico di migliaia e migliaia di anni estrapolando e decontestualizzando singoli versetti (sotto forma, per giunta, di traduzione da un'altra traduzione). Alla nascita di Set, Adamo ringraziò Dio per avergli dato un altro "seme", cioè un altro figlio maschio (come tale in grado di generare) perché Abele era morto. Ciò non vuol dire che non ci fossero altri figli; soprattutto figlie. La parola di Dio inganna chi non la sa comprendere (o meglio, chi non vuole comprenderla).

5) CHI COSTRUI’ LA PRIMA CITTA’ ?

controapologetica.info ha scritto:

Ora importa osservare lo stupefacente destino di Caino: Gn. 4, 14 ce lo presenta condannato a condurre una vita inquieta ed errabonda, ma incredibilmente tre soli versetti più avanti (Gn 4, 17) veniamo a sapere che fu il fondatore della prima città, fu cioè nientemeno che il pioniere e l’artefice della civiltà urbana - e quindi stabile, sedentaria, stanziale - in un mondo di nomadi!

L’incarnazione del reietto, l’icona stessa dell’emarginazione diviene il fulcro dell’aggregazione umana, il promotore della vita associata, il padre fondatore della civiltà: coronamento grandioso e spettacolare di una parabola esistenziale iniziata sotto pessimi auspici.

Questo è, letteralmente, il mondo alla rovescia. Ovvero diciamo che questo Dio non sa quel che dice, o quanto meno dimostra di avere una memoria cortissima. A meno che non si tratti di impotenza a far rispettare i propri decreti. In ogni caso, l’immagine del Dio pantocratore ne esce assai male...

 
RISPOSTA:

Gli amici di controapologetica.info danno per scontato che fu Caino il primo fondatore di una città; in effetti, le varie traduzioni di quel verso lasciano proprio intendere che fu lui, per primo, a far ciò:

Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio. (Genesi 4,17)

Quel verso, però, all’interno del Testo Masoretico (cioè in ebraico), è decisamente meno chiaro:
וידע קין את־אשתו ותהר ותלד את־חנוך ויהי בנה עיר ויקרא שם העיר כשם בנו חנוך׃

Traduciamo:

E conobbe Caino sua moglie e concepì e partorì Enoch e accadde che egli costruì una città e chiamò il nome della città dal nome di suo figlio Enoch.

Nella grammatica ebraica, il pronome personale “egli” si lega all’ultimo nome proprio che lo precede. In tal caso, allora, quel pronome farebbe riferimento a Enoch anziché a Caino. Dunque sarebbe stato Enoch, figlio di Caino, il primo costruttore di una città e non suo padre come lasciano, invece, intendere le traduzioni.

La questione fu già sollevata, anni fa, da Umberto Cassuto che fu un importante rabbino, storico e accademico ebreo vissuto a cavallo tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900. Scrive di lui la Treccani:

CASSUTO, Umberto (Moše Dāwîd). - Nato a Firenze il 16 sett. 1883 da Gustavo e da Emesta Galletti, in una famiglia ebraica tradizionalista e intimamente legata alla comunità israelitica fiorentina, si laureò all'università di Firenze nel 1906, e si licenziò al collegio rabbinico nel 1908. Fino al 1922 rivestì a Firenze le funzioni prima di segretario della comunità israelitica, poi di vicerabbino; dal 1922 al 1925 ricoprì la carica di rabbino capo. Dal 1925 al 1933 fu professoredi lingua e letteratura ebraica presso l'università di Firenze (si dimise perciò dal rabbinato); nel 1933 ottenne la cattedra di ebraico e lingue semitiche comparate all'università di Roma, dalla quale venne allontanato nel 1938 in seguito alla legislazione razziale fascista. Nel 1939 fu nominato ordinario alla cattedra di scienze bibliche presso l'università ebraica di Gerusalemme, ove si era trasferito con parte dei suoi familiari.

e ancora:

Spetta al C. il merito di essere stato tra i primi che compresero l'importanza per le scienze bibliche dei materiali scoperti a partire dal 1929 durante gli scavi di Ras Shamra-Ugarit. Tale comprensione trovò applicazione concreta nell'uso coerente dei testi ugaritici nell'esegesi biblica, come mostrano vari studi monografici, tra cui: Il nome divino El nell'antico Israele, in Studi e materiali di storia delle religioni, VIII(1932), pp. 125-145; Il capitolo 3 di Habaquq e i testi di Ras Shamra, in Annuario di studi ebraici, II (1935-37) [pubblicato nel 1938], pp. 7-22; La Cantica di Mosé (Deut. 32). in Atti del XIX Congresso degli orientalisti, Roma 1935, Roma 1938, pp. 480-484; Ma `ăśēbĕnē 'člöhīm u-bĕnōt hā'ām, in Studies in honour of L Z. Hertz, London 1941, pp. 35-44. Nelle medesime linee si collocano i suoi commentari: Mĕ'ādām 'ad Nō'ăḥ (Gerusalemme 1944) e Minnō'aḥ 'ad Abrāhām (ibid. 1949), ambedue tradotti in inglese da I. Abraharns (A Commentary on the Book of Genesis, I, Jerusalem 1961; II, ibid. 1964); Pērūsh 'al sēfer shĕmot, Gerusalemme 1951 (traduzione inglese di I. Abrahams: A Commentary on the Book of Exodus, ibid. 1967).

Il resto della sua biografia lo si può leggere qui:

http://www.treccani.it/enciclopedia/umberto-cassuto_(Dizionario-Biografico)/

Cassuto mise in evidenza il fatto che il nome del figlio di Enoch (Irad, in ebraico עירד) ha la stessa radice della parola עיר (ir) che in ebraico vuol dire “città”. La parola "ir" (città), a sua volta, ha una forte assonanza fonetica col nome dell'antica Eridu (che in accadico si pronuncia Irîtu). L'Enciclopedia di Cambridge delle Lingue Antiche (The Cambridge Encyclopedia of the World's Ancient Languages) considera l'accadico la più antica lingua semitica a noi conosciuta. Storici e archeologi dibattono circa la possibilità che Eridu possa essere stata la più antica città del mondo (almeno tra quelle a noi note); forse ancor più antica di Gerico e di Ur dei Caldei. I reperti archeologici hanno dimostrato che quel luogo era già abitato almeno 5000 anni prima di Cristo. La Lista dei Re Sumeri, vissuti prima della cosiddetta "Grande Alluvione" (cioè come i sumeri chiamavano il Diluvio Universale), considera Eridu la prima e più antica città della Terra. Secondo la mitologia sumera, sarebbero state addirittura le divinità a fondarla. Tempo fa, l'egittologo inglese David Michael Rohl ipotizzò che Eridu fosse la città dove fu costruita la Torre di Babele. Rohl, in passato, fece parlare di sè per aver proposto alcune teorie non convenzionali come una diversa conologia dei faraoni e la localizzazione dell'Eden nell'Azerbaigian iraniano. Le sue teorie, seppur affascinanti, non hanno trovato grosso credito presso il mondo accademico. Comunque, aldilà del fatto se la Torre di Babele fu o meno a Eridu, rimane che tale città fu senz'altro una delle più antiche a noi note; forse la più antica di quel che oggi chiamiamo "Medioriente". Indiscutibile è anche che la radice lessicale di tale città (Irîtu) appaia uguale a quella della parola ebraica "ir" che vuol dire, guarda caso, "città". Il nome "Irad" (figlio di Enoch e nipote di Caino), a sua volta, potrebbe derivare proprio da "ir" o, forse, è l'esatto contrario: "ir" potrebbe derivare da "Irad" poiché il primo centro abitato potrebbe essersi chiamato, appunto, come il figlio di Enoch: "Irad". Tale città potrebbe, in sostanza, corrispondere alla Irîtu (Eridu) tramandaci dalle tavolette cuneiformi in lingua accadica .

Ma allora perché i traduttori lasciano intendere che fu Caino a costruire la prima città? La risposta sta nell'ultima frase di quel verso: "chiamò il nome della città dal nome di suo figlio Enoch". Essendo Enoch figlio di Caino, ne consegue che fu il primogenito di Adamo a fondare la primissima città. Infatti, tutti i più antichi manoscritti, compresi quelli in greco della Septuaginta, riportano il nome di Enoch in coda a quella frase. E' stato, però, ipotizzato che tale nome (al termine della frase) fu aggiunto col passare del tempo, forse in ambito sacerdotale, ma prima della traduzione in greco, per chiarire un verso altrimenti ambiguo. In pratica, la "glossa" di quel nome sarebbe stata inserita da chi pensò fosse Caino il primo a costruire una città mentre, in origine, quel verso potrebbe essere stato così:

17 E conobbe Caino sua moglie e concepì e partorì Enoch e accadde che egli costruì una città e chiamò il nome della città dal nome di suo figlio. 18 A Enoch nacque Irad.. (Genesi 4, 17-18)

Ad oggi ci è impossibile stabilire, con certezza, se il nome di Enoch fosse o meno in coda a quella frase (Genesi 4,17) poiché non possediamo gli originali e le copie più antiche della Genesi (salvo pochi frammenti) sono quelle tradotte in greco. L'ipotesi sopra esposta, però, non possiamo considerarla campata in aria anche perché tenuta in considerazione da studiosi biblici piuttosto importanti come, ad esempio, Claus Westermann (che insegnò all'Università di Heidelberg) in Genesis 1-11 (commento ai primi 11 capitoli della Genesi); dal prof. Robert R.Wilson dell'Università di Yale in Genealogy and History in the Biblical World; e ancora da Jack M.Sasson che fu professore prima alla University of North Carolina at Chapel Hill e poi alla Vanderbilt University (che è un'importante università privata americana con sede a Nashville in Tennessee); Sasson è anche assirologo, nonché grande esperto di scrittura ebraica.

Era doveroso soffermarsi sulle problematiche linguistiche di Genesi 4,17

Tuttavia, se anche fosse stato Caino il primo a fondare una città, la cosa non mi stupirebbe affatto. Come ebbi a dire al punto 3, il "vagare" di Caino, probabilmente, fu più "interiore" che pratico. Fra l'altro, come spiegato in precedenza, la condanna di Caino consistette, probabilmente, non tanto a vivere da fuggiasco ma in un perenne stato di angoscia; senza cioè trovare mai la pace (alla maniera di un'anima dannata).